Commenti dei lettori

Neuroenhancements e pedagogia

di Federica Della Corte (2020-05-16)


Da come possiamo leggere ed analizzare nell' articolo "Neuroenhancements: Evoluzione e prospettive", negli ultimi anni, la necessità di restituire le normali funzionalità a chi le ha perdute o alleviarle nel caso in cui siano compromesse, ha dato vita al Neuroenhancements, cioè l'idea del potenziamento mirato a migliorare i processi cognitivi anche a delle persone che non sono affette da nessuna patologia.

L'idea di stare sveglio a studiare senza perdere la concentrazione o la memoria, sopportare lo stress del lavoro o dello studio, faciliterebbe la vita a molte persone.

Tutto ciò sarebbe possibile grazie a diversi metodi.

Il primo è quello dell'assunzione di farmaci, che ha portato a far conoscere il metafenidato, il modafinil e le anfetamnine anche a coloro che lavorano in campo educativo.

Infatti, l'aumento delle diagnosi di ADHD riscontrato nei bambini e nei ragazzi, ha portato gli insegnati non solo alla consapevolezza del disturbo, ma anche dell'esistenza di questi medicinali e quindi alle loro possibili implicazioni in campo formativo.

La ricerca farmacologica si è però bloccata a causa della difficoltà di trovare prove empiriche o tecniche valide anche per gli individui normodotati.

Esistono metodi alternativi alla farmacologia, come la stimolazione transcranica in corrente continua (TDC), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) o la Deep Brain Stimulation (DBS), tutte tecnologie che stimolando le attività celebrali modificano la frequenza degli impulsi e dell'apprendimento.

Questi metodi hanno prodotto dei risultati molto più concreti rispetto alla farmacologia, ma di breve durata.

In base a questo, molti ricercatori non si chiedono più quali siano i metodi più efficaci da utilizzare, ma si focalizzano sul cosa migliorare.

Ossia propongono, non di migliorare le capacità cognitive e renderle più efficienti, bensì migliorare ed avvicinarsi a quelle materie che finora sono state considerate non in grado di essere riabilitate o difficili da trattare come le emozioni e la moralità.

Ad esempio, si potrebbe intervenire somministrando a livelli e in quantità diverse dei neurormoni che mirano a ridurre le tendenze impulsive e ad implementare l'autocontrollo.

Questo potrebbe migliorare la qualità della vita delle persone e della società e sarebbe quindi molto più formativo e vantaggioso migliorare la moralità.

Ma a questo punto la questione si complica ancora di più, perché sorge spontaneo chiedersi cosa si intenda per moralità e che questa sarà diversa a seconda della persona e del contesto.

Quindi i neuroenhancements morali, non possono essere considerati dei semplici metodi di controllo comportamentale.

E' chiaro quindi che nonostante tutti questi buoni propositi, anche come dimostrato dalla letteratura e dalle varie ricerche empiriche gli interrogativi rimangono aperti e dibatutti.

E' proprio tra tutti questi interrogativi e dibattiti che la pedagogia può venire in aiuto.

Infatti, dato che l'evoluzione di queste nuove tecnologie non ha portato a dei risultati effettivi, la prospettiva migliore e più sicura sulla quale possiamo e dobbiamo puntare ad ora è quella dell'educazione e della pedagogia che attraverso l'insegnamento e la formazione può aiutare a migliorare quello che le neuroscienze stanno studiando e raggiungere così proprio quello che si è prefissata la neuroenhancement e cioè migliorare l'individuo.

 Federica Della Corte